Scuola, chi va in piazza e chi no

Bra

Se l’obiettivo dello sciopero dello scorso giovedì contro la riforma Gelmini era di mandare in tilt, seppur per poche ore, il sistema scuola così come siamo abituati a concepirlo, conferendo alla protesta dimensioni tali da renderla evidente anche in una quotidianità spezzata in modo netto, allora non si può che affermare che il traguardo sia stato raggiunto.
Forse da tempo non si assisteva a un incrociare di braccia così generalizzato che ha coinvolto personale docente, tecnico e amministrativo, collaboratori scolastici e studenti svuotando di fatto le scuole, a Bra come altrove.
I numeri della mobilitazione sono eccezionali. Un esempio: al liceo “Giolitti-Gandino” il numero di alunni tra i banchi giovedì mattina sfiorava a malapena il mezzo centinaio, per contare gli insegnanti presenti (un’ottantina in genere) erano più che sufficienti le dita di due mani e per individuare i bidelli risultavano abbondanti quelle di una.
«Sciopero riuscito», commenta un liceale snocciolando questi numeri segno che, afferma, «qualcosa in effetti nella riforma non va. Ma non tutto, ne sono convinto. Certi cambiamenti sono necessari. Per questo io sono qui, a scuola, oggi».
È doveroso dar spazio alle ragioni dei manifestanti, di quanti con banchetti e presidi allestiti a Bra o partecipando ai principali cortei organizzati in zona (a Cuneo e a Torino) hanno voluto evidenziare il loro non accordo con la riforma: lo facciamo alle pagg. 10 e 11. Ma ci è parso altrettanto doveroso dar spazio a chi, giovedì mattina, ha deciso di rimanere in aula.
Per questo ci siamo recati presso le scuole superiori della nostra città per sentire le ragioni dei “dissidenti”.
Tra quanti infatti si sono recati a scuola, alcuni (pochi in vero rispetto ai già pochi presenti), lo hanno fatto in maniera ponderata, quasi ad esprimere solidarietà al ministro Mariastella Gelmini e alla sua riforma.
A riassumere le loro posizioni è un gruppo di liceali che frequentano perlopiù le classi quinte del “Giolitti-Gandino”.
L’approccio è senza dubbio assai determinato: «Oggi», afferma uno studente, «non abbiamo fatto lezione e nessuno ci ha insegnato qualcosa. Io mi sento danneggiato, leso in un diritto e tanto più dovrebbero sentire questo disagio gli alunni di prima e di seconda che sono in classe senza insegnanti. Per loro quella è scuola dell’obbligo».
Infiammata la miccia, il capannello prima ridotto ai minimi termini si amplia: alcuni si avvicinano e vogliono dire la loro. «La riforma della scuola è solo un pretesto adottato da alcuni per portare in piazza il maggior numero di persone a manifestare contro il Governo. La disinformazione dei più ha fatto il resto: in pochi hanno approfondito i contenuti del decreto Gelmini e credono a quanto viene loro raccontato. Io quel decreto l’ho letto e ci trovo nulla di sbagliato, anzi».
Si infervora il nostro interlocutore e si sostituisce all’intervistatore: «Sa qual è la cosa che più mi fa arrabbiare? È il fatto che la gran parte dei miei compagni non è venuto a scuola per inerzia, ma non ha idea di cosa cambierà o non cambierà nella scuola. Neppure sono andati a protestare a ragion veduta. Hanno preferito dormire qualche ora in più. Tutti maggiorenni che hanno diritto al voto. Mi chiedo: in che mani siamo? La gran parte di chi mi circonda non assume decisioni con la propria testa, ma si limita a subire una protesta che non ha ragion d’essere».
Il clima si scioglie e si apre il dibattito.

Elisa Broccardo

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