Annalisa e Lina hanno lottato insieme contro la sclerosi

Bra

I fiori di serra sono bellissimi, ma non così fragili come la gente pensa.
Si possono adattare a situazioni estreme, reagiscono se non sono coltivati con cura e, se si ammalano, prima di cedere alla morte lottano per vivere con fierezza fino all’ultimo istante.
Annalisa Ternavasio e Lina Rolli sono state donne paragonabili a questi fiori, tutte e due sono scomparse a causa della sclerosi laterale amiotrofica (Sla).
Entrambe hanno dato la dimostrazione di saper affrontare un’esperienza durissima come quella provocata da questa malattia neurologica della quale pochi conoscono il nome, nessuno la causa.
La Sla colpisce uomini e donne adulti che spesso non ricevono terapie adeguate. Solo con una conoscenza approfondita si può prospettare un sostegno concreto ai malati e alle loro famiglie.
Come hanno affrontato, le due braidesi la progressiva sofferenza provocata dalla Sla? In un modo che fa onore alla loro intelligenza. A entrambe la natura aveva concesso una bellezza che neanche la malattia è riuscita a offuscare, unita a sobrietà di pensiero e di comportamento. Entrambe persone riservate, quando è venuto il momento di fare fronte comune contro la malattia hanno messo da parte il naturale riserbo per aiutarsi a vicenda.
«Lina era in una fase della patologia più avanzata, quando Annalisa, che ancora era in discrete condizioni, ne venne a conoscenza. Volle subito conoscerla», racconta Giancarlo Burdese, marito di Annalisa. «Fu l’inizio di un legame di amicizia così intenso e ricambiato da coinvolgere entrambe le famiglie. Al primo incontro Annalisa era desiderosa di conoscere meglio il male che le accomunava, era umanissimo il suo voler cogliere in Lina le fasi della progressione della malattia, per poter meglio affrontare poi gli stessi problemi. Ma la sintonia che si creò fra loro due pose fine a questa osservazione, quando la confidenza aumentò, e un affetto profondo ormai le univa, proseguirono di pari passo nella costruzione delle difese necessarie a impedire di essere travolte dalla Sla».
«Al primo incontro ne seguirono altri», ricorda Enrico Elia, marito di Lina, «mia moglie aveva già perso l’uso della parola, si alimentava con la Peg ed era scesa di peso, ma Annalisa cercava di trasmettere a Lina la sua ancor forte voglia di vivere, la spronava a tener duro, la esortava: “Adesso tu ed io non siamo più sole, siamo in due e ci dobbiamo fare forza… non essere triste, vedrai che magari con qualche nuova medicina possiamo farcela. Torno a trovarti presto, così ci aiutiamo a fare un pezzo di strada insieme”».
Lina si sforzava di non evidenziare la sua sofferenza quando era con Annalisa, voleva apparire non troppo provata, per rincuorarla. Con l’avanzare della malattia, entrambe rifiutarono l’accanimento terapeutico, ogni azione di carattere invasivo: entrambe hanno dimostrato con i fatti la loro natura di donne determinate a salvaguardare il principio della “dignità della persona”. v.a.

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