Quell’oscuro male di vivere

Il sole nero della vita. Spesso ho iniziato a scrivere su questo argomento, ma mi ha sempre trattenuto il pensiero di sembrare eccessiva e, comunque non credibile.
Mi è anche capitato, nel mezzo di un discorso, venendo in argomento di depressione, di esclamare: «Oh che brutta esperienza! Io l’ho vissuta e per fortuna ne sono uscita!».
La risposta è sempre stata la stessa (parlando con chi non mi conosce intimamente): «Ma stai scherzando? Tu così solare (detesto questo termine perché è troppo abusato, ndr), così colorata (si riferiscono all’abbigliamento eccentrico, anzi no, direi originale, ndr), così estroversa!».
E così, cosà e cosò.
«Un corno!», penso io, tra me e me.
Un tempo non lo dicevo, anzi meglio, non lo confessavo, poiché era una “colpa” ammettere di essere depressa. Era un tremendo segreto, che più lo si teneva dentro e più si incancreniva, nella sua drammatica e insopportabile sofferenza. Il problema era che non tutti erano al corrente, e tuttora troppi ancora non lo sono, del fatto che questa “bestia nera” è una voragine che ti spinge in un tunnel che pare non abbia uscita. Non consiste solo in un momento di fragilità dell’anima, ha radici più profonde, è dimostrato (ultimamente) che è una vera e propria patologia, infatti mancano alcune sostanze nell’organismo che ne modificano l’umore.
Nulla è deleterio quanto nascondere agli altri e intendo anche ai famigliari, il malessere che ci pervade, che non riusciamo a scacciare: è lui che comanda, non c’è santo! E, quando lo nascondiamo anche a noi stessi, allora la discesa verso la voragine avviene lentamente, ma inesorabilmente. Ci si mente, pensando che sia solo un momento, poi passerà. Esaminiamo nei dettagli la nostra vita, e in fondo non c’è motivo per stare male. Dunque stiamo male… gratis?
Eh no, non ci viene fatto alcun sconto, poiché alla fine il conto ci  arriva, ed è salato.
Preoccupati? Ma no! E così, presa da te stessa, già perché sei sola, non ti relazioni più, divieni taciturna e allontani il tuo sguardo, che vaga all’infinito, senza nulla scorgere, poiché nulla è definito e tutto ti fa paura. Questo atteggiamento richiama l’attenzione di chi ti sta attorno che, notando questa sconfinata malinconica assenza, ti domanda il perché e quando provi a svelare i tuoi segreti timori, i tuoi dubbi, la tua amarezza di non riuscire a condividere “nulla” con gli altri, ecco che di rimando, fanno un attento esame della tua vita.
Il risultato?
Va tutto bene, bella famiglia, marito, figlia, bella casa, bell’aspetto, situazione economica buona, salute… ecco la nota dolente “la salute”! Già questo “malessere” non è convenzionato con le altre malattie, dunque non è una malattia.
E se pensi che tutto ciò sia una patologia, male, malissimo e sentenziano che è solo questione di volontà: «Queste situazioni si risolvono solo con la forza di volontà», affermano con forza e continuano: «Vorrai mica prendere tutte quelle porcherie di medicine! Fanno solo male alla salute! Piuttosto, invece di startene lì a rimurginare, esci, svagati, comprati un vestito nuovo, fai un viaggio, insomma “date ’n andi” e cerca di volerti bene!».
Rispondo che farò come dicono e poi, mentre mi allontano, mi domando, come posso volermi bene, quando il solo fatto di esistere, quindi respirare, dormire, parlare, ascoltare, mangiare è tutta una sofferenza? Come posso volermi bene, quando non so neppure quale sia il mio bene? Così cominci a mentire, a poco, a poco, e quando i risoluti ma compassionevoli “sani” si informano sul tuo morale (che per fortuna non si nota se è pieno di crepe), sorridi, ti mostri allegra, inventi che stai meglio, ma intanto sei morta dentro e la tua faccia sembra una macabra zucca di Halloween.
E intanto inventi scuse, declini inviti, ti allontani in compagnia della tua sofferenza, e poi a poco a poco evapori…
Vi avevo avvisato che è difficile credere e che vi sarei parsa eccessiva!

Fiorella Avalle Nemolis

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